A conversation with Roberto Casarotto


Photo Tommy Ilai

Qual è il tuo primo ricordo di un’esperienza legata alla danza all’interno di un museo?

Il mio primo ricordo è legato alle scuole elementari e in particolare al giorno in cui la mia maestra portò la mia classe in gita al Palazzo Ducale a Venezia. Il modo in cui lei attraversava le scalinate, i saloni e il modo in cui gestiva la gonna mi ricorda molto una coreografia. Questa memoria mi è rimasta impressa perché è legata alla centralità del corpo e del movimento negli spazi ampi di Palazzo Ducale. La mia maestra era una discendente della famiglia Daporto, una famiglia molto importante in Veneto. Ci ricordava che un suo antenato aveva cercato di incendiare palazzo ducale. I suoi racconti erano molto “coreografici”, accompagnati da gesti molto ampi. Il ricordo di quella visita è legato in modo particolare alla coreografia e alla danza.

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What is your first memory of a dance-related experience in a museum? 

My first memory is related to elementary school and in particular to the day when my teacher took my class on a trip to Palazzo Ducale in Venice. The way she crossed the stairways, the rooms, and the way she handled her skirt was very reminiscent of choreography. This memory remained strong because I associated it with the centrality of the body and movement in the vast spaces of the Palazzo Ducale. My teacher was a descendant of the Daporto, a prominent family in Veneto. She reminded us that one of her ancestors had tried to set fire to the palace. The way she told us her stories was very “choreographic”, accompanied by broad gestures. I think that the memory of this visit is particularly related to choreography and dance.

Roberto Casarotto, photo Sara Lando

 

Se fossi il curatore di un museo che cosa metteresti al centro del tuo concept?

Metterei il corpo al centro del concept del museo. La costruzione di esperienze sarebbe il cardine attorno al quale articolerei tutto. Inoltre, penserei alla danza dal punto di vista dei visitatori affinché possano entrare in dialogo con gli spazi e con tutto quello che in un museo può essere proposto. L’ideale sarebbe invitare i visitatori a muoversi in modo organizzato, offrendo loro una nuova esperienza.

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If you were the curator of a museum what would you put at the centre of your concept?

 I would put the body at the centre of the museum concept. The construction of experiences would be the cornerstone around which I would articulate everything. I would think of dance from the point of view of the visitors, inviting them to establish dialogues with the spaces as much as with the objects and everything else in the museum. The ideal concept would be to encourage visitors to move in an organized way, offering them a new experience.

 

In che modo il corpo, che è al centro di fondamentali questioni sociopolitiche, può essere al servizio di fini educativi nei contesti museali?

Per rispondere mi allaccio a una delle mission del mio lavoro, ovvero intercettare e offrire alternative a quelli che normalmente vengono considerati i concetti di eccellenza e di bellezza. Credo che nel quotidiano sia fondamentale proporre la diversità. Il fatto che il programma dell’edizione 2019 di B.Motion proponga diverse tipologie di corpi nonè un caso. La proposta di alternative a un pensiero eurocentrico del corpo è parte della mia pratica e cerco di portarla a tutti i livelli, dalla costruzione dello staff operativo alla programmazione. Tengo sempre a mente che è in ballo l’opportunità di sviluppare una nuova cultura della danza contemporanea che si discostarsi dal mainstream e dai suoi stereotipi. Penso che l’identità di una nuova cultura della danza si basa sull’ideazione di pratiche che solo successivamente possiamo teorizzare. Mi sembra che solo un incipit empirico delle esperienze possa portare a sviluppare una consapevolezza che permette di comprendere come qualunque azione sia implicitamente multi-layered. Solo in questo modo una nuova cultura di danza può avere al tempo stesso un contenuto migliore e un impatto maggiore.

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How can the body, which is at the centre of fundamental socio-political questions, serve educational purposes in a museum context?

Photo Tommy Ilai

To answer this question, I am referring to one of the missions of my work: to intercept and offer alternatives to standard concepts of excellence and beauty. I believe that in everyday life, it is essential to propose diversity. The fact that in its 2019 edition, the B.Motion program offers different types of bodies is not a coincidence. I’m convinced that it’s crucial to provide some alternatives to Eurocentric approaches to the body. I try to act at different levels, from the building of staff to programming. I always bear in mind how important it is to develop a new culture of contemporary dance that deviates from the mainstream and its most diffuse stereotypes. I think that a new dance culture should start with new practices, and only later can we theorize about them. It seems that only an empirical start can lead to developing an awareness and make us understand how any action is implicitly multi-layer. Only in this way new dance culture can we have better content and a stronger impact at the same time.

 

Quali forme può quindi assumere la nozione di “coreografia” all’interno di un museo?

ll termine “coreografia” all’interno di un museo può essere articolato in molti modi che dipendono dalla visione di chi la propone, chi la crea, e chi la cura. Mi piace immaginare che resti aperta la possibilità di far coesistere qualcosa di identificabile allo stesso tempo come “pedestre”, e come “coreografia”. Credo che la coesistenza di questi due aspetti sia fondamentale. Sarebbe interessante immaginare la coreografia a più livelli: per esempio nell’organizzazione nello spazio e nel tempo dei corpi artistici che un museo espone, ma anche nell’esperienza proposta a chi attraversa le sale. Sarebbe interessante esplorare il concetto di coreografia a più livelli. Per esempio, interessante anche immaginare la coreografia come un modo per organizzare nello spazio e nel tempo i movimenti dei corpi artistici esposti al museo. E anche esplorare in termini coreografici l’esperienza che fanno i visitatori attraversando con i loro corpi le sale, inclusi i corpi dei guardia sala.

photo Staff

What forms can the notion of “choreography” take inside a museum?

The term “choreography” within a museum can be articulated in many ways depending on the vision of those who propose it, create it, and take care of it. I like to imagine the possibility of coexisting something identifiable at the same time as “pedestrian”, and as “choreography” remains open. I believe that the coexistence of these two aspects is fundamental. It would be nice to see choreography at multiple levels. For example, it would be interesting to imagine it as a way to organize the artistic bodies exhibited in the museum in space and time. It would also be interesting to explore, in choreographic terms, the experience of people walking through the halls, including the movements of the security guards.

 

intervista a cura di e tradotta da / interview edited and translated by Gaia Clotilde Chernetich


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